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Alberto Braida “In Love With The Moon” recensito su JAZZITALIA

weinsist records // In love with the moon

In love with the moon” è il terzo album di piano solo inciso da Alberto Braida e pubblicato questa volta dalla “We Insist!”, una nuova label dedita alla documentazione della musica di ricerca, “difficile” da apprezzare, come si legge nelle note di copertina scritte da Nino Locatelli, se non dopo ascolti attenti, ripetuti e la volontà di entrare a contatto con un qualcosa di inconsueto, “capace di migliorarci”, però, proprio “come esseri umani” in virtù dell’eventuale sforzo formativo compiuto.

Il disco, registrato al “Salotto in prova”, locale milanese aperto a questo tipo di proposte, è costituito da quattro brani di lunghezza variabile, da un minimo di sei minuti ad un massimo di quindici, tutti con lo stesso titolo, semplicemente, accompagnato da un numero romano da I a IV.

Braida distilla le note, ne mette in circolo una piccola quantità, le fa riverberare. Gioca con gli echi e gli aloni, battendo sulla tastiera con energia variabile per realizzare cambi di intensità, dal piano al mezzo-forte al forte, seguendo l’estro del momento. Da questi impulsi, non ancora ben delineati, si sviluppano mano a mano un tema, o più di uno, che vanno a palesarsi e a provocare apparenti digressioni. In realtà si tratta di approfondimenti, di scavi dell’intuizione iniziale, per esplorare le vicinanze, allargare con prudenza il raggio d’azione. Ad un tratto sbuca fuori quasi inattesa una melodia ruvida e lirica, contemporaneamente, sottolineata da un pianismo percussivo frondoso e ornato da Blue Notes che vanno a realizzare sequenze segnate da uno swing più esplicito che implicito. Non si fa fatica ad individuare in Thelonious Monk una sorta di navigatore, di bussola, per il pianista lombardo, in questo girovagare sul suo strumento, pur in un ambito nel complesso afferente ad un camerismo-free ben controllato. La lezione dei tardo-romantici, in ambito classico, invero, è altrettanto riscontrabile nelle parentesi sentimentali (o quasi) della narrazione pianistica. Il musicista lodigiano, infatti, possiede una cultura notevole anche in campo accademico e la lascia filtrare nel suo fraseggio errabondo sugli ottantotto tasti. All’interno di queste improvvisazioni-composizioni, poi, il pianista sa sempre quale direzione imprimere alla musica. Non ci sono passaggi a vuoto, pletorici, o sbandamenti fortuiti. La materia sonora è costantemente tenuta sotto sorveglianza.

Da Alberto Braida, vista la sua carriera artistica sempre nel segno dell’avanguardia, in un giro di frequentazioni comprendente nomi quali Peter Kowald, Ab Baars o, restando dalle nostre parti, Giancarlo Nino Locatelli, Cristiano Calcagnile e il gotha di quelli che portano avanti “un certo tipo di discorso”, come si diceva negli anni settanta, ci si poteva aspettare una performance solistica ricca di clusters, di scorribande dissonanti sulla tastiera e di altri clichè tipici dell’improvvisazione più spinta. Il cd, invece, non contiene questo genere di asprezze idiomatiche, né prevede invenzioni estemporanee di stampo radicale. Il pianista segue un’idea creativa in un percorso logico e coerente, manifestando un linguaggio di sintesi maturo, organizzato in maniera personale, epitomando al meglio le diverse esperienze svolte in tutti questi anni sempre in situazioni lontane dalla convenzionalità.

Gianni Montano per Jazzitalia

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